ANVEDI MAMMA TAXI!

Salgono, spesso al volo e in questo sono abilissimi e scattanti, quindi il mio saluto si traduce in qualcosa del tipo … “Sbrigati, salta dai, c’è una macchina dietro, adesso ci suona, daiiiiii”. Dopodiché la mia macchina denigrata e offesa perché non è un  suv che spacca, come quello della mamma di Pietro, Francesca, Giulia, diventa comunque un salotto, nel giro di un nanosecondo l’aria cambia …. E cambia! Rancido, acido e a volte (haimé) con una punta di cavolfiore al vapore o, nelle giornate peggiori e fuori magari piove, di uovo marcio. Questo è l’odore inconfondibile dei miei figli adolescenti e neanche il più costoso Chanel n°5 potrebbe reggere alla sfida; figli alle prese con brufoli abnormi e quegli arti lunghi, lunghi, appesi che proprio non sanno dove mettere, come muovere, dargli un senso.

Un assunto subito, la mia musica nun se po sentì, quindi si cambia, nell’immediato e … addio! Addio alle melodie, al calore, al potere del ritmo, alla bellezza! Perché il monopolio di quello che arriva, mi toglie quasi il respiro – tanto ero già in apnea! – mi paralizza i muscoli facciali in una smorfia che ha a che fare con l’incredulità, prima ancora del disgusto. Ah… ah… ah … oh …oh …oh… gari… gari… fuck fuck fuck ….. ah… ah… nigger yeah, oh yeahh!! Al di là dei contenuti che giuro mi sfuggono, eppure un po’ di inglese lo parlo, il resto è martello pneumatico, e io ci provo ad isolare la testa, ormai nei fumi già citati, ma è come se qualcuno con prepotenza me la staccasse, me la strappasse da quel corpo inerme e codardo, abbandonato quasi sul sedile, e la sballottasse contro il parabrezza: ah..ah…ahh…nigger…. ah…ah…ohhhhh!!

Un danno? Parliamo di dolore fisico, immolata al sacrificio? Almeno! Ma de che…. Invece l’assurdo è che questi due sconosciuti che ho messo al mondo qualche manciata di anni fa, si sono già infilati nel cellulare, e la mano nevrotica, viaggia, su like, social, app, whatts, apple, insta …Non è che sogni dibattiti sui massimi sistemi; il più delle volte sono talmente stanca che anelo il silenzio e niente di più, ma du’ parole nooo? Devo ammettere che me lo chiedono “Come stai?”  ma la aspettano davvero la risposta???

Faccio andare l’occhio, nel traffico, nella miriade di macchine intorno a me, alla ricerca di mie simili – quelle sui suv le evito perché sono troppo alte – e quando le trovo, è bello, a volte scatta la solidarietà di uno sguardo d’intesa e … come dice mio figlio, che sui luoghi comuni non si batte: “in fondo… siamo tutti sullo stesso pulmino!!”.

Grazie figli per questi doni autentici e …indimenticabili!

“VIVA LA VIDA NINA!”

Era giorno di sandali e gonnella ieri, e, nonostante il pallore del lungo inverno, ci siamo fatte ancora più femmine e siamo andate a vedere la mostra di Frida Kahlo, ospitata dal Mudec di Milano. C’erano anche i maschi ma sullo sfondo, perché poi questa cosa la volevamo fare noi due insieme, con la curiosità delle scimmie! E manco a farlo apposta Frida adorava le scimmie, così come i cani e i bambini ma l’amore che proprio non siamo riuscite a spiegarci è stato quello per il “panzon”, racchio come un rospo, più vecchio di lei, e di tanto, grasso impastato, con i pantaloni alla Fantozzi. Sì perché Diego Rivera, muralista e pittore messicano del Novecento, era proprio brutto e lei invece meravigliosa e vera. Nina dice sempre che la bellezza è nel cuore ma lui è stato sleale e ha sbagliato troppe volte e Frida meritava altro.

frida
Quest’inverno, la sera, mi era accanto mentre leggevo la bellissima biografia di Frida ; lei divorava “diario di una schiappa” e ogni tanto mi chiedeva aggiornamenti: “E’ guarita? Lo ha lasciato? Ha dipinto qualcos’altro? Si è fatta la ceretta alle sopracciglia e ai baffi?”. È così che è nata la sua curiosità, un crescendo poi quando nei quadri, alla mostra, abbiamo trovato conferme; ed è stato proprio questo ad appassionarci, scoprire nelle pennellate di “Friduzza” la realtà, pezzi di storia, volti e colori … la vita e la morte. Abbiamo deciso che non ci piacciono ma ci siamo lasciate coinvolgere in quella follia d’amore, in quella pena costante di dolore, strazio e disperazione, nella voglia di vivere, nonostante tutto. Tanta emozione ritrovare la Frida vera che nelle pagine del libro prendeva forma e lentamente si disfaceva, e che nel film impersonava da una parte, il coraggio di tante e dall’altra, l’assurdità nell’accettare e farsi distruggere da un amore sbagliato, stonato eppure indispensabile!  “A me no mamma, io lo voglio bello e gentile, eppure intelligente, se poi mi fa ridere anche meglio, ma io questa cosa che bisogna soffrire per l’amore non la capisco” ma Nina fa già parte delle donne che erediteranno la terra e la salveranno, ci è nata così, e non è la sola, sono tante equipaggiate per crescere in un mondo più bello! Di Frida si è portata via il coraggio, quello di raccontarsi senza filtri, cruda e graffiante, con quel fascino che lei ha riassunto così: “è più bella in foto e negli autoritratti si fa brutta perché tanto lo sa che è bella e forse  il dolore che le spegne gli occhi, se poi lo dipinge, si sente meglio”. Forse è vero Nina, è proprio così e uscendo la sua manina paffuta si è sciolta dalla mia, per trovare nel carretto del gelato la sua nuova passione: la liquirizia!Grazie Nina e … Viva la Vida!

UN TRIBUTO A LORO, LE MIE GESTANTI!

La sicurezza l’ho finalmente acquisita con il terzo parto, meglio tardi che mai! Prima mi piaceva pensare che la spontaneità fosse da proteggere e da elevare come assoluta e vincente su tutto. Poi forse anche per pigrizia e perché la responsabilità di fatti e misfatti la attribuivo a chi c’era accanto a me; insomma me la raccontavo un po’! Il primo parto è stato disastroso e la rabbia generata l’ho scatenata su tutti all’infuori di me. Il tempo ha guarito le ferite e ha accarezzato ricordi di cui avevo bisogno ma che amarezza .. che pena pensare a quello che è stato e a come avrei potuto trasformarlo con la consapevolezza di oggi. Alla fine il trucco è lì se vogliamo vederla così, si cresce anche attraverso gli scivoloni e il dolore e i se e i ma che proprio non ce la fanno ad abbandonarci, poi trovano un cantuccio caldo e protetto e diventano le radici forti della crescita.

Nel mio percorso di educatrice perinatale negli anni ho incontrato tante giovani donne grintose, confuse, insicure, determinate, arrabbiate e tutte meravigliose nella loro ricerca di un’identità femminile in trasformazione. Amo la loro capacità di esplorare e farsi domande, di mettersi in gioco e di non dare nulla per scontato perché è bello avere fiducia negli altri, ma è ancora più bello sentirsi padrone e protagoniste della propria vita, soprattutto quando in ballo c’è la nascita di nostro figlio ma non solo per quello. Perché poi … se entri in contatto con quel potere, non te ne liberi più, non lo molli più, diventa elettrizzante e cresce di volta in volta e ti permette di porre attenzione su tante cose, sulle scelte quotidiane, sull’etichetta di un alimento, sulla scuola più adatta, sul tema dei vaccini dove informarci, porci e porre delle domande è diritto ma è anche nostro dovere e responsabilità.

Donne coraggiose che affrontano a volte tempeste e perdite impreviste e imprevedibili ma che nonostante questo, si rialzano e ci riprovano, combattendo con i fantasmi e le paure, che hanno una forza che commuove e contagia e apre gli occhi alla meraviglia della vita. A loro dico grazie per scegliermi e darmi la possibilità di esserci sul loro cammino di crescita; ogni volta è una conferma del potere immenso che muoviamo e di tutto quello nascosto al quale possiamo avere accesso se solo lo desideriamo, perché niente e nessuno può togliercelo.

Grazie pancione, pancette e pancine tutte meravigliose!

Grazie per sempre

ACQUA, AMICA DI UNA VITA

Sono sicura che anche voi lo fate, come me, soprattutto se ora siete dall’altra parte, nel ruolo di genitori e vi trovate a fare delle scelte per i vostri figli. Siamo pronti a ricordare quello che per noi non è stato fatto e detto quando eravamo piccoli e forse un po’ troppo spesso a dare per scontato quello che siamo diventati e ciò che sappiamo fare. Forse proprio perché ci speriamo che un giorno i nostri figli riconoscano le fatiche, i sacrifici e le grandi sfide che per loro abbiamo affrontato, e nel riconoscerle ci sia un abbraccio improvviso o un grazie inaspettato, forse per questo è così bello guardarsi indietro e farlo noi per primi con i nostri genitori. Io a loro dico grazie perché mi hanno dato l’acqua, forse non con la costruita consapevolezza con cui l’ho amata in questi anni ma semplicemente come dono, facente parte del pacchetto corredo di crescita; non puoi non saper nuotare, punto. Sta di fatto che entrare in acqua e sentirla mamma accogliente è una sensazione che auguro a tutti perché scioglie e invita ad abitarla  con una tale voglia e intenzione da regalarti emozioni meravigliose. I bambini questo fanno, senza insegnamenti, con quella pazzesca creatività che hanno nel sangue, se solo gli è stato permesso di incontrarla l’acqua senza aspettare tempo inutile. Io non scorderò mai le ore infinite che trascorrevo dentro e sotto l’acqua, in piscina o al mare non faceva differenza perché i motivi erano sempre validi, alla ricerca di telline o di un polipo da catturare, sfidando amichette in capriole e verticali, poi crescendo con il nuoto e il gusto di macinare kilometri e intanto la testa in corsa a mille pensieri, o a volte completamente sgonfia, vuota da tutto. Viverla in gravidanza è stato uno dei momenti più belli e significativi, perché sentirsi farfalla in opposizione all’ippopotamo terrestre, fa la differenza; chiudere gli occhi e immaginare il proprio bambino nella medesima posizione e situazione, fluttuante e accolto nel calore di quell’abbraccio acquatico ti permette di raggiungerlo e di amarlo con tutta te stessa. L’acqua sotto, negli abissi marini, dove è solo il respiro nell’erogatore a farti compagnia, per il resto ti senti in punta di piedi in un mondo altro dove ogni cosa è così diversa e lontana da te da imbambolarti, da lasciarti stupita, rapita, incredula.

E acqua è quella del risveglio, per accenderti e carburare, fa niente se il colore cambia; sempre lei cerchiamo per un relax a fine giornata, calda, così calda da sciogliere nodi e stress accumulati, e infine profumata e arricchita per accompagnarci nel sonno.  Ce lo insegnano a scuola che siamo fatti in gran parte di acqua ma come nutrirla e rispettarla lo impariamo spesso cammin facendo, a volte senza arrivare fino in fondo,  laddove c’è potere e meraviglia. Auguro ad ogni piccolo essere umano la fortuna che ho avuto io, di incontrare la mia acqua e riconoscerla madre amica e alleata di vita, per questo dico GRAZIE mamma e papà!

SONO BELLA E NON LO SO!

È bello pensare a quando lo avremo tra le braccia finalmente, e con tutto il tempo di guardarcelo il nostro pulcino, il più fantastico sconosciuto che ci sia mai capitato di incontrare – a meno che non abbiate incontrato Bradley Cooper ovvio! -. Poi in realtà, a meno che non ci siano particolari disturbi, le emozioni sono diverse e a volte combattono tra loro perché avere la pancia è proprio bello, se trovi il vestito giusto che risalta le cose giuste! E’ un tale miracolo della natura che ci fa sentire belle e importanti, ma allo stesso tempo la voglia di incontrare il nostro bambino è tanta e si fa sentire. Ma quando a una donna in gravidanza chiedi: “Quali sono le tue paure, le preoccupazioni pensando al dopo?” le risposte sono tutte legate ad un nodo, sempre lo stesso: la paura di non farcela, di non essere all’altezza della situazione, non abbastanza brave, rispetto a! ma rispetto a cosa?

E SE TI CHIEDONO: “QUANTE VOLTE POSSO SBAGLIARE?”

Siamo appena partiti e il dramma della scelta della scuola secondaria è stato elaborato … ora sedimenta!

Io sono uno di quei genitori che l’anno scorso, tra il tennis, il nuoto, il dentista, le riunioni a scuola, ci ho messo dentro gli open day per la scelta del curriculum scolastico dei miei figli gemelli. È stata una bella esplorazione perché, a voler vedere tutto, scopri che il territorio della tua città propone davvero tanto; ovviamente abbiamo fatto una scelta, dettata dalla curiosità e dall’esclusione delle materie odiate. E già lì l’esclusione è stata massiccia e povera di certezze ma è difficile, tanto difficile ragionare con loro e chiedergli di lasciare porte aperte perché il rifiuto può essere stato innescato da tanti fattori ma non per forza da una loro carenza e scarsezza di attitudine.

Siamo quindi partiti all’avventura con tanti se e tanti ma e cammin facendo,  abbiamo incontrato genitori che hanno scelto di “prendere in mano” la situazione e stabilire che la scelta migliore fosse un liceo, se non altro per l’istruzione approfondita e seria che un istituto non garantisce; abbiamo incontrato altri genitori  per cui il senso pratico la vince su tutto e un bell’istituto che avvicini al mondo del lavoro e dia strumenti per muoversi da subito, è l’oggi e il domani per i nostri figli. Insomma i confronti non ci sono mancati e io me li sono andati a cercare, curiosa e insicura sull’approccio da adottare e con la speranza di contenere i danni il più possibile. Ma con i miei figli l’abbiamo tirata lunga, tanto, fino ai termini perché a deciderci proprio non ce la facevamo; in fondo la loro richiesta era così sensata e intelligente e soprattutto, perché loro ci arrivavano e chi sta al comando ancora non ci arriva? “Mamma, ma non è possibile fare ancora un anno o due di medie per capire cosa può piacerci? Lo psicologo, l’orientamento e i suoi test, gli esami a fine anno e tutti questi open day … e se poi scelgo e sbaglio? Quante volte posso sbagliare?”  Credetemi, è stato panico per me, forse perché anch’io me l’ero vissuta uguale la situazione, sentendomi inadeguata per ogni scelta e poi nella vita ho fatto tutt’altro rispetto a quello che ho studiato; e allora ho cavalcato proprio quell’onda lì! Non avendo scelto di portare avanti una crociata al Ministero dell’Istruzione e non avendo in programma di andare a vivere all’estero, dove le scuole hanno un altro senso e un’altra struttura, a misura umana, ho provato con loro a pensarla come un’avventura questa prima scelta e poi si vedrà! Nel frattempo …  lo dico a bassa voce che se mi sentono,  magari hanno il pretesto di appassionarsi a mondi estranei alla scuola, e qui facciamo i conti con due anni ancora di lavori forzati! Ma risuonano ancora forti dentro di me le parole di uno scrittore americano meraviglioso che è morto recentemente e che nel 1976 scriveva: “ Quando sei uscito di casa per entrare nella scuola, hai  messo piede in un’istituzione appositamente designata per instillare un modo di pensare e di agire che presuppone la ricerca di approvazione. Per tutto, chiedi il permesso. Non far mai di testa tua”. Wayne Dyer avrebbe voluto una scuola diversa per i nostri figli dove la libertà di essere e di scoprirsi sarebbe stata la mission per eccellenza. Ma la scuola è in ogni cosa e se ci aiutiamo e cambiamo punto di vista, tutto assume un altro aspetto e possiamo trovare quell’onda  … poi chi l’ha detto e chi l’ha scritto che l’intelligenza è data dai successi scolastici? Io vorrei vederli felici, appassionati e in produzione di sogni da realizzare con portoni spalancati per qualsiasi nuova scoperta, sfidando l’impossibile che diventa possibile senza neanche accorgersene. Spero nell’intento nobile e lo condivido con voi, poi mi dico che forse non siamo in tanti ad avere le idee confuse e che spesso i bambini a 13, 14 anni sono assolutamente in grado di scegliere. Ma per chi come noi rantola nel buio, tutta la mia solidarietà!

CENERENTOLA NELLO TSUNAMI

L’età di mezzo è un bel casino! Né carne né pesce, brufolandia in agguato, piedi che diventano portaerei e un corpo in cui ti infili spaventato perché a 14 anni la voglia di volare è forte e il terrore di farlo ancora più forte! Noi genitori, affrontiamo il passaggio ed è evidente, caspita se lo è; Il giorno prima eri idolo e all’improvviso diventi fastidioso, quasi un sassolino nella scarpa, un colore di troppo, una mosca addosso.

Sono passati i bei tempi in cui ti sentivi un supereroe ai loro occhi ed ebete ti commuovevi ammirando i lavoretti della festa della mamma, della festa del papà, e di tutte le maledette feste che riempiono scatoloni di ricordi indimenticabili, da non buttare, non sia mai si crei un trauma nella creatura! Le crisi di pianto che si concludevano con un abbraccio e un fazzoletto smocciolante condiviso, anche quelle sfumate; ora gli scontri sono sul ring e il filo è talmente sottile da farci sentire funamboli maldestri e continuamente a rischio caduta. Dialogo, ascolto e rispetto, anche quando ti senti dire che non puoi capire perché appartieni ad un’altra era e che la società si sta muovendo e che forse è il caso di rivederlo ‘sto approccio educativo che solo a chiamarlo così fa venir la nausea …

Io ci provo, ce la metto tutta, o forse no! A volte sono talmente schietta da farmi paura, ma da farmi sentire così libera di essere come sono che poi va anche meglio.

La questione è, ma guarda un po’, la collaborazione in famiglia. Anche perché se si hanno 4 figli,  i lavori sono moltiplicati e se poi sono in età da sviluppo, le bistecche di rinoceronte non sono neanche lontanamente sufficienti a sfamarli. E io che lavoro di fantasia, con ciotoline, ognuna con un ingrediente, con l’idea poi di costruirsi un piatto a piacere, tipo insalata mille gusti, mille colori. Sì… e poi? Dopo ‘sta tavolozza di colori vegani come ci sfami? Vabbè, inutile dirlo che le uova diventano un sempre in frigo e la pasta trasborda dalle dispense; ma tornando alla collaborazione … ero troppo stufa di continuare a chiedere un aiuto per apparecchiare e sparecchiare, riempire la lavastoviglie, riordinare la cucina e preparare il bancone per le colazioni dell’alba, portare fuori il cane, buttare l’immondizia; perché anch’io lavoro e se tutti dessero un mano e bla bla bla!

Le ho provate tutte! Mi sono licenziata e per una sera non ho cucinato, la drammatica conseguenza è stata che si sono messi loro ai fornelli e la cucina è diventato un campo da battaglia! Allora ho deciso di urlare, con la voce strozzata e in veste di piccola fiammiferaia ho implorato aiuto; impietositi mi hanno aiutato quella sera e, dulcis in fundo mi sono beccata un godereccissimo massaggio ai piedi … ma è finita lì; sono tornata Cenerentola in 24 ore, ancora più sfigata! Ho messo in piedi dunque l’approccio educativo: “Ragazzi parliamo! Cosa vi viene in mente? Come potreste aiutarmi? Qual è la cosa che vi mette più in fatica e che non volete fare? E se realizzaste una bella time table così da costruire e rispettare dei turni?” Ecco, danno appena compiuto, gli ho chiesto una soluzione e, odiosamente gliel’ho data. Ma era la mia e ovviamente non l’hanno sposata, diventata anche lei l’ennesima strategia da manuale, ormai vecchia più di me.

Così ho detto addio a Maria Montessori e all’efficacia di Gordon, ho abbassato lo sguardo e mi sono infilata piccola nello Tsunami di Pellai Se solo tutto fosse più facile, più leggero … sì, insomma!

Ho gettato la spugna, questo è quello che ho fatto! E gliel’ho detto. Che avrei fatto da sola, mettendomi un po’ di musica e che, dedicandomi a tutto non avrei più avuto tempo di esserci per la buona notte, qualche chiacchiera in solitario a turno, cose così, insomma la mia presenza in quel corridoio che sa di notte non ci sarebbe stata più.

Gli ho anche detto che mi dispiaceva non pensare a questi momenti come un’occasione ancora per stare insieme… quindi a vederla in un’altra prospettiva, Cenerentola si è fatta un po’ più furba, calcolatrice e sgamata, per carità, senza voltare la faccia ai manuali di educazione genitoriale e il connubio sembra aver sortito discreti risultati. Loro ancora si scannano mettendo ogni singolo gesto sulla bilancia della giustizia, ma la musica è di grande aiuto e io mi godo lo spettacolo, ogni tanto mi lancio in un dab e il dinosauro che alberga in me accorcia le distanze, un po’ più facile, un po’ più leggero …. Chissà se durerà!

S.O.S AIUTO GIULIETTA!

Claudia ha partorito qualche ora fa e ha la faccia distrutta da una felicità nuova e incredula, che ancora fa fatica a prender forma  ma che è lì e non intende andarsene. Perché chi ci è passato lo sa, difficile da descrivere, ci si sente un po’ sopravvissute e quindi per questo speciali, diversi, come se nel bel mezzo del nulla qualcosa, qualcuno, dentro di te, abbia deciso di farti vedere quanto sei potente e incredibile, capace di dare la vita. Dopo quello si può affrontare tutto, che te lo dico a fa! E invece il mondo crolla, inesorabilmente e Claudia scoppia a piangere; nella stanza accanto anche Ilaria e Francesca. La fortuna è aver trovato in ospedale una brillante personaggia, un po’ vintage e rocambolesca, la chiamano Giulietta perché è antiromantica ma è davvero una salvezza. Parla di baby blues, una tempesta ormonale che apre i rubinetti del pianto senza chiedere permesso e si prende quel momento, quello felice e lo bagna di lacrime improvvise, insensate, poi però … passa tutto! Giulietta è per il rooming in, lo era anche prima che si potesse scegliere di lasciarlo alla nursery: “la creatura deve stare con la mamma, sempre anche se è faticoso, perché a casa poi non c’è nessuno che te lo tiene per ore e così lo puoi attaccare tutte le volte che vuole, tutte le volte che serve!”. L’allattamento al seno, dopo il parto è senza ombra di dubbio, la sfida più ambiziosa per una donna, specie se al primo figlio; tutto può filar liscio, naturale e spontaneo e allora l’esperienza diventa un’avventura meravigliosa, dove il ritmo è scandito dalle poppate e dal sonno; a volte invece le difficoltà emergono e vengono alimentate dalla paura, spesso scatenata dalla mancanza di informazioni e conoscenze; poi diciamoci la verità, le aspettative sono alte e il desiderio di farcela è forte. La determinazione e la capacità di chiedere aiuto possono fare la differenza ma la strada migliore da intraprendere è quella della formazione prima del parto. Partecipare ad un corso di accompagnamento alla nascita ad esempio, leggere dei testi dedicati alla gravidanza e all’allattamento, informarsi senza accanirsi, con quella bella curiosità che ti fa scoprire competente e più sicura di te, delle scelte che puoi fare. Non esistono orari e tanto meno numeri quando allatti al seno, le posizioni e l’attacco al seno sono fondamentali, l’alimentazione della mamma non deve subire stravolgimenti ma solo essere gestita con il buon senso, quello che porta a volerci bene; non servono integrazioni, acqua o tisane da dare al neonato perché il latte materno è meravigliosamente completo di tutto ciò che è necessario ad una crescita sana. Pressioni, consigli e giudizi sono in agguato e pericolosi, quindi è bene rivolgersi a chi le competenze le ha per davvero e quella lucidità che ti fa scegliere la persona giusta può salvare un allattamento a rischio; forse è l’educatrice perinatale che hai conosciuto durante il corso di accompagnamento alla nascita o forse l’ostetrica che ti ha seguito durante il corso preparto in ospedale; magari anche tu hai avuto la fortuna di trovare una Giulietta durante il parto e allora non esitare a ricontattarla; la tua Asl di zona ha uno sportello di supporto e un’appassionata professionista che può accogliere e curare le tue fatiche. Insomma non mollare e non chiuderti a riccio perché chiedere aiuto è bello e utile, fa sentire preziose le persone che ti sono vicine e riporta il sole dentro di te, tanto del mulino bianco ci mangiamo i biscotti, papà Ridge e mamma Brooke sono fasulli e pure botoxati, mille volte meglio la rocambolesca Giulietta!

Il prossimo incontro GRATUITO con Valentina Attanasio, la dolcissima consulente della Leche League è:

MERCOLEDI 10 MAGGIO 2017
dalle 10.30 alle 12.30 (su prenotazione)

L’occasione perfetta per fare domande, chiedere spiegazioni, consigli pratici e confrontarsi con altri genitori che sono sulla stessa barca o con quelli che quel mare l’hanno già attraversato…

DIVENTA CIO’ CHE SEI…FACILE NO?

Clarks o  Timberland ancora meglio, Lewis rigorosamente 501, Moncler o al massimo Ciesse e allora sì, eri legittimato ad uscire di casa, anche se l’insicurezza ti serrava la mascella e lo sguardo perso faceva fatica a riconoscersi nello specchio dell’ascensore.

Attimi cruciali quelli dal terzo piano a terra, per parlare con te stesso, allargare le spalle e provarci ad essere, ad essere qualcuno. Meglio confondersi nel gruppo, nella massa calduccia e rassicurante di un grande abbraccio, quello che ormai non arriva più perché sei diventato troppo alto e ingombrante; mamma e papà quasi a disagio a toccarti, ad avvicinarsi. Poi il flusso scomodo e anarchico dentro di te che non riesci, non puoi controllare e che ti regala le emozioni più estreme, anche quella di voler morire piuttosto che affrontare una delusione, rannicchiarti in un cantuccio come sanno fare quei saggi dei cani davanti a un disagio, una vergogna. Tutto diventa apice e baratro, tutto è netto e tagliente anche se viaggia nella confusione più totale perché il mondo diventa altro e tu hai una nuova responsabilità, quella che non hanno più i tuoi genitori, trasformarti in adulto e onorare il dono più immenso, la vita. Questa è l’adolescenza che ricordo, un ciclone capace di atterrarti e di erigerti immenso per microattimi.

Quello che mi ha rovinato in quegli anni è stato il troppo pensare, costruendo pensieri ai pensieri, ingarbugliandomi in contorsioni allucinanti, faticosissime. Ero contorta ecco, e alla ricerca disperata di sentire risuonare ogni singola lettera del mio nome per sapere che esistevo  e avevo un posto su questa terra.

Ed è vero che quegli anni e quelli prima sono cruciali, costruiscono il tuo futuro e lo marchiano e lo macchiano di tutto quello da cui diventi dipendente, le emozioni ad esempio. Poi passi il resto della vita a conoscerti, a scoprire chi sei, magari se ci credi, chiedendo aiuto, arrabbiandoti e perdonando, anche a te stesso, la rigidità e la severità che ti hanno impedito di amare ed amarti. Quindi arrivano loro, prima infanti e la stanchezza è fisica, soprattutto; poi piccoli esseri pensanti, identità in costruzione e come genitore cominci a farti domande, a comporre esperimenti con l’intento di fare il meglio anche quando non potresti fare di peggio! La preadolescenza è quella che ti sbaraglia, perché tutto all’improvviso sembra crollare, tu compresa convinta timoniera, non ti raccapezzi più dello stravolgimento insensato di una figlia o figlio che fino al giorno prima era familiare, lo riconoscevi, sapevi chi era. Che fare? ‘sto benedetto dialogo che tanto consigliano, viene quando viene, soprattutto quando e se non lo cerchi, ho scoperto! Loro me la chiamano libertà che ha a che fare anche con il rispetto della porta della camera chiusa, e di un broncio a tavola, del silenzio in macchina, e di una rispostaccia buttata lì, strafottente e arrogante. Lo yoga, devo dire, aiuta! Il respiro, gestito in questi casi, aiuta. Il mantra, ripetuto ad alta voce, fregandomene del contesto, aiuta. Io mi dico, respira Daria, respira! E aggiungo, ricorda.. quello che è stato! Che rende tutto più tangibile e accettabile e accorcia le distanze, ti regala intimità e sogni condivisi, pazzeschi, bellissimi. Perché diventare ciò che sei non è mica così semplice diciamocelo, visto che gli occhi li abbiamo puntati su quello che avviene fuori e dentro non ci guardiamo quasi mai; allora diventa difficile invertire la prospettiva  e osservare come funzioniamo; un viaggio anche questo che ha del fantastico, ma bisogna assaggiarlo il sapore del coraggio, col prendere una posizione controcorrente, dire di no quando tutti si aspettano altro, coltivare sogni apparentemente  irraggiungibili e fregarsene dei giudizi. Sentire in bocca il gusto del potere di essere padrona di te stessa, avvertire nel corpo il montare dell’adrenalina, la magia di scegliere chi essere. Piccoli attimi di immenso respiro… così si cresce e farlo accanto a loro, i figli è una nuova occasione… io non voglio perdermela!

 

PICCOLI GRANDI SOGNATORI.

I piccoli grandi sognatori, protagonisti di un mondo che cambia!
Ci torno su perché proprio non mi va giù e quando le cose non le digerisci ti stanno dicendo qualcosa.
Sono stufa di sentir dire in giro che siamo in crisi e che tutto va a rotoli e che non c’è via di ritorno se non scappare da questo paese. Sono stufa perché come tanti, sono in prima linea come imprenditrice e come madre e l’idea di vedere un futuro catastrofico per i miei figli proprio non mi convince; tanto meno l’idea di piangermi addosso perché lo stato ostacola i miei progetti e la giustizia non mi tutela quando ne ho bisogno.
Penso invece che siamo in un momento storico incredibile, di grande fermento e trasformazione, dove le persone cominciano a vedere e a sentire; c’è la voglia di sognare e di costruire, nonostante tutto!

Ho incontrato nell’ultimo mese persone normali con storie eccezionali che hanno contribuito ad alimentare il fuoco delle mie passioni e a farmi sentire parte di un progetto grande, ambizioso di crescita. Non mi definisco persona olistica ma abbraccio il concetto e mi ci riconosco spesso; non mi definisco, ecco tutto, perché quello che mi piace essere non appartiene ad una dicotomia, ad una classe o specie ma si riconosce in ogni cosa che faccio e come la faccio. Ed è per questo che il mio cuore si espande quando sento parlare di progetti come la lezione di felicità nelle scuole. Vegan Roze è di Torino e questo è il suo vero nome, giovane e sognatrice che realizza il suo sogno ogni giorno, diffondendo nelle scuole il pensiero della felicità. Lo fa attraverso dei giochi, nella spontaneità dei gesti, in ascolto di piccoli esseri che portano con sé già grandi tristezze e fatiche. Non c’è la presunzione di curarli, la tristezza è un’emozione importante e poi da quando inside out ce lo ha raccontato ci sta ancora più simpatica; c’è invece il desiderio di guidarli nella capacità di trovare e attingere alla felicità con intenzione, senza nulla togliere alla spontaneità.

Avete mai provato a chiedere a vostro figlio: “Qual è il tuo sogno?” senza null’altro aggiungere. Bè, sono rimasta colpita dal silenzio di uno dei miei figli che mi ha guardata, cercando in me una risposta. Per come sono fatta è partito a manetta il senso di colpa, il macigno della responsabilità, del perché mio figlio non ha sogni; poi mi sono resa conto che non glielo avevo mai chiesto e che anche lui non se lo era mai chiesto, non gli aveva mai dato voce. Quando sono piccoli è diverso, c’è il viaggio sulla luna, o il guidare la macchina più veloce del mondo, salire su una ruspa, scoprire cosa c’è sotto il mare … poi si cresce e tutto si rimpicciolisce e scompare. Poi si cresce e non si ha più voglia di sognare l’incredibile e l’impossibile per trovarsi poi ad affrontare adulti che ti smontano e deridono i tuoi voli pindarici, perché tanto tu non sarai mai capace di arrivare lì. Che peccato e … che danno! Sono i sogni che muovono il mondo e sono quelli che li realizzano che costruiscono; sono persone normali, come noi, come i nostri figli, solo che non si sono fermate  e ci hanno creduto al di là dei giudizi e delle pressioni altrui, conquistando le vette, trasformando le fatiche e le difficoltà in risorse.

Tutto si trasforma, ad un certo punto della vita, e io nutro il profondo timore che nei miei figli sia già accaduto e che siano proiettati, come gli adulti nella futurizzazione, nel non riuscire più a godere dei momenti e del presente perché già proiettati nel dopo. Un dopo che non è sogno ma è già impegno, quello che riempie la giornata, perché diventare grandi vuol dire questo; eppure loro, i bambini, hanno l’istinto di allontanarsi quando una cosa o una persona non li convince, hanno  la forza di cambiare rotta anche se non sanno dove stanno andando, hanno la bellezza del silenzio quando non sanno cosa rispondere, e la curiosità di vedere cosa c’è dopo, oltre. Hanno la forza fisica di raccontarsi e il dono di dare una seconda possibilità a tutto, capaci di perdonare perché adesso e così ma dopo è già altro e si può andare avanti. E sanno sognare. Chi ama i bambini ama una parte di sé e può concedersi di imparare tanto da loro perché, come dice la mia piccola Nina “c’è sempre una soluzione” anche quando allaga il bagno o rompe un vaso prezioso!!