CENERENTOLA NELLO TSUNAMI

L’età di mezzo è un bel casino! Né carne né pesce, brufolandia in agguato, piedi che diventano portaerei e un corpo in cui ti infili spaventato perché a 14 anni la voglia di volare è forte e il terrore di farlo ancora più forte! Noi genitori, affrontiamo il passaggio ed è evidente, caspita se lo è; Il giorno prima eri idolo e all’improvviso diventi fastidioso, quasi un sassolino nella scarpa, un colore di troppo, una mosca addosso.

Sono passati i bei tempi in cui ti sentivi un supereroe ai loro occhi ed ebete ti commuovevi ammirando i lavoretti della festa della mamma, della festa del papà, e di tutte le maledette feste che riempiono scatoloni di ricordi indimenticabili, da non buttare, non sia mai si crei un trauma nella creatura! Le crisi di pianto che si concludevano con un abbraccio e un fazzoletto smocciolante condiviso, anche quelle sfumate; ora gli scontri sono sul ring e il filo è talmente sottile da farci sentire funamboli maldestri e continuamente a rischio caduta. Dialogo, ascolto e rispetto, anche quando ti senti dire che non puoi capire perché appartieni ad un’altra era e che la società si sta muovendo e che forse è il caso di rivederlo ‘sto approccio educativo che solo a chiamarlo così fa venir la nausea …

Io ci provo, ce la metto tutta, o forse no! A volte sono talmente schietta da farmi paura, ma da farmi sentire così libera di essere come sono che poi va anche meglio.

La questione è, ma guarda un po’, la collaborazione in famiglia. Anche perché se si hanno 4 figli,  i lavori sono moltiplicati e se poi sono in età da sviluppo, le bistecche di rinoceronte non sono neanche lontanamente sufficienti a sfamarli. E io che lavoro di fantasia, con ciotoline, ognuna con un ingrediente, con l’idea poi di costruirsi un piatto a piacere, tipo insalata mille gusti, mille colori. Sì… e poi? Dopo ‘sta tavolozza di colori vegani come ci sfami? Vabbè, inutile dirlo che le uova diventano un sempre in frigo e la pasta trasborda dalle dispense; ma tornando alla collaborazione … ero troppo stufa di continuare a chiedere un aiuto per apparecchiare e sparecchiare, riempire la lavastoviglie, riordinare la cucina e preparare il bancone per le colazioni dell’alba, portare fuori il cane, buttare l’immondizia; perché anch’io lavoro e se tutti dessero un mano e bla bla bla!

Le ho provate tutte! Mi sono licenziata e per una sera non ho cucinato, la drammatica conseguenza è stata che si sono messi loro ai fornelli e la cucina è diventato un campo da battaglia! Allora ho deciso di urlare, con la voce strozzata e in veste di piccola fiammiferaia ho implorato aiuto; impietositi mi hanno aiutato quella sera e, dulcis in fundo mi sono beccata un godereccissimo massaggio ai piedi … ma è finita lì; sono tornata Cenerentola in 24 ore, ancora più sfigata! Ho messo in piedi dunque l’approccio educativo: “Ragazzi parliamo! Cosa vi viene in mente? Come potreste aiutarmi? Qual è la cosa che vi mette più in fatica e che non volete fare? E se realizzaste una bella time table così da costruire e rispettare dei turni?” Ecco, danno appena compiuto, gli ho chiesto una soluzione e, odiosamente gliel’ho data. Ma era la mia e ovviamente non l’hanno sposata, diventata anche lei l’ennesima strategia da manuale, ormai vecchia più di me.

Così ho detto addio a Maria Montessori e all’efficacia di Gordon, ho abbassato lo sguardo e mi sono infilata piccola nello Tsunami di Pellai Se solo tutto fosse più facile, più leggero … sì, insomma!

Ho gettato la spugna, questo è quello che ho fatto! E gliel’ho detto. Che avrei fatto da sola, mettendomi un po’ di musica e che, dedicandomi a tutto non avrei più avuto tempo di esserci per la buona notte, qualche chiacchiera in solitario a turno, cose così, insomma la mia presenza in quel corridoio che sa di notte non ci sarebbe stata più.

Gli ho anche detto che mi dispiaceva non pensare a questi momenti come un’occasione ancora per stare insieme… quindi a vederla in un’altra prospettiva, Cenerentola si è fatta un po’ più furba, calcolatrice e sgamata, per carità, senza voltare la faccia ai manuali di educazione genitoriale e il connubio sembra aver sortito discreti risultati. Loro ancora si scannano mettendo ogni singolo gesto sulla bilancia della giustizia, ma la musica è di grande aiuto e io mi godo lo spettacolo, ogni tanto mi lancio in un dab e il dinosauro che alberga in me accorcia le distanze, un po’ più facile, un po’ più leggero …. Chissà se durerà!

S.O.S AIUTO GIULIETTA!

Claudia ha partorito qualche ora fa e ha la faccia distrutta da una felicità nuova e incredula, che ancora fa fatica a prender forma  ma che è lì e non intende andarsene. Perché chi ci è passato lo sa, difficile da descrivere, ci si sente un po’ sopravvissute e quindi per questo speciali, diversi, come se nel bel mezzo del nulla qualcosa, qualcuno, dentro di te, abbia deciso di farti vedere quanto sei potente e incredibile, capace di dare la vita. Dopo quello si può affrontare tutto, che te lo dico a fa! E invece il mondo crolla, inesorabilmente e Claudia scoppia a piangere; nella stanza accanto anche Ilaria e Francesca. La fortuna è aver trovato in ospedale una brillante personaggia, un po’ vintage e rocambolesca, la chiamano Giulietta perché è antiromantica ma è davvero una salvezza. Parla di baby blues, una tempesta ormonale che apre i rubinetti del pianto senza chiedere permesso e si prende quel momento, quello felice e lo bagna di lacrime improvvise, insensate, poi però … passa tutto! Giulietta è per il rooming in, lo era anche prima che si potesse scegliere di lasciarlo alla nursery: “la creatura deve stare con la mamma, sempre anche se è faticoso, perché a casa poi non c’è nessuno che te lo tiene per ore e così lo puoi attaccare tutte le volte che vuole, tutte le volte che serve!”. L’allattamento al seno, dopo il parto è senza ombra di dubbio, la sfida più ambiziosa per una donna, specie se al primo figlio; tutto può filar liscio, naturale e spontaneo e allora l’esperienza diventa un’avventura meravigliosa, dove il ritmo è scandito dalle poppate e dal sonno; a volte invece le difficoltà emergono e vengono alimentate dalla paura, spesso scatenata dalla mancanza di informazioni e conoscenze; poi diciamoci la verità, le aspettative sono alte e il desiderio di farcela è forte. La determinazione e la capacità di chiedere aiuto possono fare la differenza ma la strada migliore da intraprendere è quella della formazione prima del parto. Partecipare ad un corso di accompagnamento alla nascita ad esempio, leggere dei testi dedicati alla gravidanza e all’allattamento, informarsi senza accanirsi, con quella bella curiosità che ti fa scoprire competente e più sicura di te, delle scelte che puoi fare. Non esistono orari e tanto meno numeri quando allatti al seno, le posizioni e l’attacco al seno sono fondamentali, l’alimentazione della mamma non deve subire stravolgimenti ma solo essere gestita con il buon senso, quello che porta a volerci bene; non servono integrazioni, acqua o tisane da dare al neonato perché il latte materno è meravigliosamente completo di tutto ciò che è necessario ad una crescita sana. Pressioni, consigli e giudizi sono in agguato e pericolosi, quindi è bene rivolgersi a chi le competenze le ha per davvero e quella lucidità che ti fa scegliere la persona giusta può salvare un allattamento a rischio; forse è l’educatrice perinatale che hai conosciuto durante il corso di accompagnamento alla nascita o forse l’ostetrica che ti ha seguito durante il corso preparto in ospedale; magari anche tu hai avuto la fortuna di trovare una Giulietta durante il parto e allora non esitare a ricontattarla; la tua Asl di zona ha uno sportello di supporto e un’appassionata professionista che può accogliere e curare le tue fatiche. Insomma non mollare e non chiuderti a riccio perché chiedere aiuto è bello e utile, fa sentire preziose le persone che ti sono vicine e riporta il sole dentro di te, tanto del mulino bianco ci mangiamo i biscotti, papà Ridge e mamma Brooke sono fasulli e pure botoxati, mille volte meglio la rocambolesca Giulietta!

Il prossimo incontro GRATUITO con Valentina Attanasio, la dolcissima consulente della Leche League è:

MERCOLEDI 10 MAGGIO 2017
dalle 10.30 alle 12.30 (su prenotazione)

L’occasione perfetta per fare domande, chiedere spiegazioni, consigli pratici e confrontarsi con altri genitori che sono sulla stessa barca o con quelli che quel mare l’hanno già attraversato…

DIVENTA CIO’ CHE SEI…FACILE NO?

Clarks o  Timberland ancora meglio, Lewis rigorosamente 501, Moncler o al massimo Ciesse e allora sì, eri legittimato ad uscire di casa, anche se l’insicurezza ti serrava la mascella e lo sguardo perso faceva fatica a riconoscersi nello specchio dell’ascensore.

Attimi cruciali quelli dal terzo piano a terra, per parlare con te stesso, allargare le spalle e provarci ad essere, ad essere qualcuno. Meglio confondersi nel gruppo, nella massa calduccia e rassicurante di un grande abbraccio, quello che ormai non arriva più perché sei diventato troppo alto e ingombrante; mamma e papà quasi a disagio a toccarti, ad avvicinarsi. Poi il flusso scomodo e anarchico dentro di te che non riesci, non puoi controllare e che ti regala le emozioni più estreme, anche quella di voler morire piuttosto che affrontare una delusione, rannicchiarti in un cantuccio come sanno fare quei saggi dei cani davanti a un disagio, una vergogna. Tutto diventa apice e baratro, tutto è netto e tagliente anche se viaggia nella confusione più totale perché il mondo diventa altro e tu hai una nuova responsabilità, quella che non hanno più i tuoi genitori, trasformarti in adulto e onorare il dono più immenso, la vita. Questa è l’adolescenza che ricordo, un ciclone capace di atterrarti e di erigerti immenso per microattimi.

Quello che mi ha rovinato in quegli anni è stato il troppo pensare, costruendo pensieri ai pensieri, ingarbugliandomi in contorsioni allucinanti, faticosissime. Ero contorta ecco, e alla ricerca disperata di sentire risuonare ogni singola lettera del mio nome per sapere che esistevo  e avevo un posto su questa terra.

Ed è vero che quegli anni e quelli prima sono cruciali, costruiscono il tuo futuro e lo marchiano e lo macchiano di tutto quello da cui diventi dipendente, le emozioni ad esempio. Poi passi il resto della vita a conoscerti, a scoprire chi sei, magari se ci credi, chiedendo aiuto, arrabbiandoti e perdonando, anche a te stesso, la rigidità e la severità che ti hanno impedito di amare ed amarti. Quindi arrivano loro, prima infanti e la stanchezza è fisica, soprattutto; poi piccoli esseri pensanti, identità in costruzione e come genitore cominci a farti domande, a comporre esperimenti con l’intento di fare il meglio anche quando non potresti fare di peggio! La preadolescenza è quella che ti sbaraglia, perché tutto all’improvviso sembra crollare, tu compresa convinta timoniera, non ti raccapezzi più dello stravolgimento insensato di una figlia o figlio che fino al giorno prima era familiare, lo riconoscevi, sapevi chi era. Che fare? ‘sto benedetto dialogo che tanto consigliano, viene quando viene, soprattutto quando e se non lo cerchi, ho scoperto! Loro me la chiamano libertà che ha a che fare anche con il rispetto della porta della camera chiusa, e di un broncio a tavola, del silenzio in macchina, e di una rispostaccia buttata lì, strafottente e arrogante. Lo yoga, devo dire, aiuta! Il respiro, gestito in questi casi, aiuta. Il mantra, ripetuto ad alta voce, fregandomene del contesto, aiuta. Io mi dico, respira Daria, respira! E aggiungo, ricorda.. quello che è stato! Che rende tutto più tangibile e accettabile e accorcia le distanze, ti regala intimità e sogni condivisi, pazzeschi, bellissimi. Perché diventare ciò che sei non è mica così semplice diciamocelo, visto che gli occhi li abbiamo puntati su quello che avviene fuori e dentro non ci guardiamo quasi mai; allora diventa difficile invertire la prospettiva  e osservare come funzioniamo; un viaggio anche questo che ha del fantastico, ma bisogna assaggiarlo il sapore del coraggio, col prendere una posizione controcorrente, dire di no quando tutti si aspettano altro, coltivare sogni apparentemente  irraggiungibili e fregarsene dei giudizi. Sentire in bocca il gusto del potere di essere padrona di te stessa, avvertire nel corpo il montare dell’adrenalina, la magia di scegliere chi essere. Piccoli attimi di immenso respiro… così si cresce e farlo accanto a loro, i figli è una nuova occasione… io non voglio perdermela!

 

PICCOLI GRANDI SOGNATORI.

I piccoli grandi sognatori, protagonisti di un mondo che cambia!
Ci torno su perché proprio non mi va giù e quando le cose non le digerisci ti stanno dicendo qualcosa.
Sono stufa di sentir dire in giro che siamo in crisi e che tutto va a rotoli e che non c’è via di ritorno se non scappare da questo paese. Sono stufa perché come tanti, sono in prima linea come imprenditrice e come madre e l’idea di vedere un futuro catastrofico per i miei figli proprio non mi convince; tanto meno l’idea di piangermi addosso perché lo stato ostacola i miei progetti e la giustizia non mi tutela quando ne ho bisogno.
Penso invece che siamo in un momento storico incredibile, di grande fermento e trasformazione, dove le persone cominciano a vedere e a sentire; c’è la voglia di sognare e di costruire, nonostante tutto!

Ho incontrato nell’ultimo mese persone normali con storie eccezionali che hanno contribuito ad alimentare il fuoco delle mie passioni e a farmi sentire parte di un progetto grande, ambizioso di crescita. Non mi definisco persona olistica ma abbraccio il concetto e mi ci riconosco spesso; non mi definisco, ecco tutto, perché quello che mi piace essere non appartiene ad una dicotomia, ad una classe o specie ma si riconosce in ogni cosa che faccio e come la faccio. Ed è per questo che il mio cuore si espande quando sento parlare di progetti come la lezione di felicità nelle scuole. Vegan Roze è di Torino e questo è il suo vero nome, giovane e sognatrice che realizza il suo sogno ogni giorno, diffondendo nelle scuole il pensiero della felicità. Lo fa attraverso dei giochi, nella spontaneità dei gesti, in ascolto di piccoli esseri che portano con sé già grandi tristezze e fatiche. Non c’è la presunzione di curarli, la tristezza è un’emozione importante e poi da quando inside out ce lo ha raccontato ci sta ancora più simpatica; c’è invece il desiderio di guidarli nella capacità di trovare e attingere alla felicità con intenzione, senza nulla togliere alla spontaneità.

Avete mai provato a chiedere a vostro figlio: “Qual è il tuo sogno?” senza null’altro aggiungere. Bè, sono rimasta colpita dal silenzio di uno dei miei figli che mi ha guardata, cercando in me una risposta. Per come sono fatta è partito a manetta il senso di colpa, il macigno della responsabilità, del perché mio figlio non ha sogni; poi mi sono resa conto che non glielo avevo mai chiesto e che anche lui non se lo era mai chiesto, non gli aveva mai dato voce. Quando sono piccoli è diverso, c’è il viaggio sulla luna, o il guidare la macchina più veloce del mondo, salire su una ruspa, scoprire cosa c’è sotto il mare … poi si cresce e tutto si rimpicciolisce e scompare. Poi si cresce e non si ha più voglia di sognare l’incredibile e l’impossibile per trovarsi poi ad affrontare adulti che ti smontano e deridono i tuoi voli pindarici, perché tanto tu non sarai mai capace di arrivare lì. Che peccato e … che danno! Sono i sogni che muovono il mondo e sono quelli che li realizzano che costruiscono; sono persone normali, come noi, come i nostri figli, solo che non si sono fermate  e ci hanno creduto al di là dei giudizi e delle pressioni altrui, conquistando le vette, trasformando le fatiche e le difficoltà in risorse.

Tutto si trasforma, ad un certo punto della vita, e io nutro il profondo timore che nei miei figli sia già accaduto e che siano proiettati, come gli adulti nella futurizzazione, nel non riuscire più a godere dei momenti e del presente perché già proiettati nel dopo. Un dopo che non è sogno ma è già impegno, quello che riempie la giornata, perché diventare grandi vuol dire questo; eppure loro, i bambini, hanno l’istinto di allontanarsi quando una cosa o una persona non li convince, hanno  la forza di cambiare rotta anche se non sanno dove stanno andando, hanno la bellezza del silenzio quando non sanno cosa rispondere, e la curiosità di vedere cosa c’è dopo, oltre. Hanno la forza fisica di raccontarsi e il dono di dare una seconda possibilità a tutto, capaci di perdonare perché adesso e così ma dopo è già altro e si può andare avanti. E sanno sognare. Chi ama i bambini ama una parte di sé e può concedersi di imparare tanto da loro perché, come dice la mia piccola Nina “c’è sempre una soluzione” anche quando allaga il bagno o rompe un vaso prezioso!!

CON LE DONNE, ESSERE UMANI

Qui scatta la solidarietà femminile che nulla c’entra col femminismo, intendiamoci bene.  Ma è che troppe donne, quelle che porto nel cuore, soffrono in silenzio una  relazione malata. L’amore può essere malato? La storia dello specchio in cui ci troviamo riflesse è un boomerang  che colpisce con tutta la sua forza e il dolore, al principio insopportabile diventa, col tempo un fedele amico.

Tutto esplode l’estate; perché? Si ha più tempo … per pensare e per sentire …

ALLERGIA ALLA SCUOLA…CI SONO RIMEDI?

Ai miei tempi, e oggi lo posso dire anch’io finalmente, a scuola dovevi andarci punto e basta. Meglio se del quartiere, anche se abitavi nella borgata più malfamata di Roma, perché la praticità le vinceva tutte e i genitori eroi erano impegnati su altri fronti. O forse, semplicemente, è la mia storia.

IL MIO PARTO LO VOGLIO COSI’

Si chiama mappa del parto ed è un’opportunità bellissima di sognare ad occhi aperti quello che accadrà … se lo desideri fortemente! Lo propongo alle gestanti che seguo perché aiuta a far luce sulle tante possibilità di scegliere, che una donna ha al momento del parto. Prima tra tutte la struttura ospedaliera; una scelta di pancia spesso. L’ospedale, di per sé, si affronta sempre con il cuore in gola, quindi trovare persone gentili, professionali e al tempo stesso “umane”, offre le garanzie sperate. A volte ci fidiamo del nostro ginecologo e di dove lavora, anche se è garantito che, in caso di parto fisiologico, non sarà lui a supportarci, ma l’ostetrica di turno. Il passaparola poi è e rimane il più potente strumento di comunicazione. Parliamo, condividiamo e ci confrontiamo, è nella nostra natura di donne, soprattutto quando eroine, mettiamo al mondo figli! Siamo capaci di tessere reti, armate di curiosità e amore per chi ancora non conosciamo ma a cui vogliamo regalare il meglio.

Con la mappa del parto introduco temi a volte scomodi, ma su cui è importante avere una conoscenza per poterci sentire protagoniste attive e libere di scegliere cosa è meglio per noi. Parlo di episiotomia e di lacerazione spontanea; di un travaglio naturale con la libertà di muovermi e di assumere tutte quelle posizioni che mi aiutano nella progressione della dilatazione. Il travaglio in analgesia: in cosa si traduce e quali sono le sue evoluzioni. La presenza del compagno al mio fianco, istruito a dovere, perché il buio dell’ignoranza lo rende inerme, impotente e inadeguato, quindi triste. La possibilità di entrare in acqua, conoscendone i poteri; usare la palla per mantenere morbido e libero il bacino; la corda per sfruttare la gravità, lo sgabello olandese per riposare seduta, tenendo ancora a braccetto la gravità e aiutando la dilatazione. E il respiro, la voce, le visualizzazioni, perché tutto questo non toglie spontaneità all’esperienza ma la arricchisce facendoci sentire attive e competenti, già madri. La mappa può essere disegnata o può presentarsi come un elenco; può essere un racconto o un dialogo tra madre e padre; può essere un sogno che si costruisce insieme e su cui investire tempo, energie e determinazione; ha l’intenzione di essere un punto di partenza, un faro che si accende per vedere quello che desideriamo. L’allattamento e la cura del nostro bambino, le visite dei parenti in ospedale, la riabilitazione pelvica, la scelta di avere al fianco un’ostetrica privata che garantisce presenza e tutela delle scelte durante tutto il travaglio e il parto.

Ma dev’essere fisiologico, cioè senza urgenze o patologie che vanno considerate e trattate diversamente. Nulla però ci vieta di pensare anche a questo, ad una mappa del parto diverso dove le incognite sono tante ma la nostra presenza e le conoscenze acquisite rimangono fattori fondamentali, da non trascurare e da rispettare, sempre e comunque!

E ADESSO A LORO COME LA SPIEGHIAMO?

C’è nebbia, è sera e la superstrada è poco abitata, faccio fatica e vedere, ma è inverno, finalmente, e il pensiero corre alle vette innevate e alla grande voglia di mettere gli sci. Anche perché ho bisogno di allontanare quella tristezza responsabile e doverosa che lo spettacolo di Sabina Guzzanti mi ha appena lasciato.

E SE DOVESSE ESSERE UN CESAREO?

Oggi ci sono sempre più donne attente e curiose, che desiderano informarsi, partecipando a corsi di accompagnamento alla nascita. C’è la voglia di sapere e di essere protagoniste consapevoli delle proprie scelte e delle esperienze legate al parto. Quando mi preparavo alla nascita di Sofia ero ostinata a proteggere la mia ignoranza con il bisogno di tenere a far da padrona la spontaneità; perché un evento così naturale e istintivo doveva essere costruito nei minimi particolari rischiando in questo modo di snaturare ciò che di meraviglioso poteva nascondere?