PARTO ORGASMICO…DA METTERCI LA FIRMA!

Come resistere all’idea di avere un parto all’insegna del puro piacere? Io l’avessi scoperto prima, ci avrei provato, perché diciamocela tutta, il pudore ci frena ma Meg Ryan che improvvisa un orgasmo niente poco di meno che in un ristorante, ci ha strappato risate a crepapelle. Non è fantascienza e nemmeno una presa in giro, ha semplicemente a che fare con un’esperienza che trascende ogni cosa per trasformarsi in una potente, meravigliosa e strabiliante catarsi.

Prima, tanto tempo fa, si partoriva in casa, nel totale rispetto dell’intimità della donna. Prima si pensava che quello spazio e quel tempo dovessero essere protetti da tutto e da tutti, riservato solo a chi poteva rivelarsi utile e importante alla donna. Prima si comprendeva che il parto attenesse alla sfera sessuale e come tale meritevole di intimità, silenzio, amore!

I tempi sono cambiati e la medicalizzazione di un’ impresa così immensa come quella di mettere al mondo un figlio, ha contribuito a migliorare tanto, ma, allo stesso tempo ha decentralizzato il ruolo della donna, relegandola ad essere una paziente, il cui compito è quello di seguire le indicazioni perché così … tutto andrà bene!

Oggi la più grande preoccupazione è la gestione del dolore e la presenza del reparto di patologia neonatale, quando si pensa all’esperienza del parto. Abbiamo imparato a ragionare così perché i messaggi spesso sono focalizzati sugli aspetti negativi; il dolore stesso viene percepito come negativo, i racconti delle altre donne sono il più delle volte incentrati sulle problematiche e le grandi difficoltà affrontate, come se per questo si diventasse eroine o addirittura martiri! Tutto è in mano alla fortuna, incrociamo l’impossibile e speriamo bene!

La prima esperienza di parto mi ha permesso di vivere quasi tutte le procedure mediche che vengono adottate nei protocolli ospedalieri, dal travaglio indotto con ossitocina, all’episiotomia, le maledette manovre di Kristeller e, dulcis in fondo, un bel secondamento manuale! L’ultimo parto è andato decisamente meglio e non perché io sia stata più fortunata; ho semplicemente detto a me stessa che mai più avrei subito tutto questo. La prima volta pensavo che la migliore cosa fosse lasciare tutto al destino, riporre fiducia nei medici, proteggere la mia spontaneità e l’ingenuità perché ciò avrebbe permesso di fare quello che sentivo giusto. Non è andata così!

Ci sono tanti fattori che possono aiutare la donna a vivere quest’esperienza affinchè possa diventare un giorno un bellissimo ricordo; come gli animali, abbiamo bisogno di un ambiente protetto da interferenze e intrusioni, dove le luci e i rumori non siano elemento di disturbo, con accanto il proprio compagno e l’ostetrica, libere di muoverci, di usare la voce, di mangiare, di entrare in acqua, usare la palla, la corda, lo sgabello e tutte quelle posizioni che naturalmente il corpo cerca se solo viene ascoltato e rispettato. Ma bisogna saperle queste cose e convincerci che siamo capaci, che possiamo farlo.

Negli anni Settanta Ina May Gaskin, la più famosa ostetrica statunitense, ha fondato nel Tennessee, The Farm, un centro nascita dove ha fatto nascere, assieme alla sua squadra di ostetriche, più di duemila  bambini, di cui il 96% è stato partorito senza alcuna assistenza medica. Il suo approccio è semplice come lo è la natura, aiutando le donne a fare affidamento all’antico potere del corpo. Nel piacere, con gioia, alleandosi con il dolore, nella pura intenzione di esserci e trovare dentro quel potere che ogni essere umano ha, e che è immenso.

La direzione è quella e ogni giorno ne sono sempre più convinta, perché io quel momento lì non lo dimenticherò mai. Risvegliare l’orsa che c’è in me mi ha permesso di diventare forte e coraggiosa … quasi!

IL VILLAGGIO CHE NON C’E’

Mi sento sola in quest’impresa e a volte talmente demoralizzata e persa da non sapere dove sbattere la testa. Confrontarmi ho scoperto che serve ma non abbastanza perché il buio regna e davvero ci troviamo ad avere a che fare con un cambiamento epocale dove siamo protagonisti, ma spesso incapaci di stare al timone. Parlo dello smartphone, e con lui di tutta la valanga che vomita, dai social, ai giochini, allo shopping compulsivo, alle infinite nauseabonde chat di gruppo che nascono peggio dei peli! Loro sono un villaggio, e ce lo dimostrano ogni giorno,  i nostri figli sono diventati forti e capaci, indiscussi vincenti, tutti d’accordo perché è così, punto e basta. Noi siamo i superstiti di un Giurassic Park desueto, e arranchiamo persi e già sconfitti, perché il mondo è cambiato e dobbiamo farcene una ragione. Fermi! Ma chi lo ha cambiato il mondo? E perché abbiamo già perso, senza neanche provarci a combattere? Per quale ideale? Per il nostro ma soprattutto per il loro futuro, che non è e non sarà mai dentro uno schermo, non può essere, è aberrante, contro senso. E allora perché subiamo? Perché non ci poniamo domande? Perché non permettiamo ai nostri figli di incontrare la noia? Di appiccicarsi al finestrino e, guardando il paesaggio, andare via coi pensieri; e raccontare, usando i particolari, con quella capacità di descrivere che hai solo se ti sforzi, ci provi, leggi, ascolti e che non avrai mai se le immagini ti rubano la parola e si sostituiscono a te. Quindi tutto il resto diventa stanchezza, anche stare insieme … meglio spalmarsi sul divano, in fila, ognuno col suo cellulare, in viaggio … nel mondo di qualcun altro, magari quello che ti sta accanto ….. ASSURDO!!

Mi ribello! Ed è una fatica immensa, forse invecchierò più velocemente, se moltiplico la fatica per quattro e, sono certa, che non mi darò persa neanche coi nipoti. Ho chiara la situazione e molto lo devo a Pellai nel quale ritrovo senso e coerenza e il rispetto per la bellezza della vita. Il mio è un minuscolo villaggio, fatto di letture soprattutto e di ostinate condivisioni, ancora e ancora, nonostante i pochi riscontri, ma è già qualcosa e niente è perso per ora, sono ancora in tempo e loro, i miei figli, lo sanno!

Una delle mie ultime guerre è stata in un liceo noto di Bergamo, frequentato per un anno da mia figlia, dove l’uso del telefonino in classe è tollerato. Purchè i ragazzi lo usino con il buon senso e il rispetto! Perché a 15 anni e con uno strumento così potente e affascinante in mano, che polverizza il self control degli adulti, bisogna star certi che il buon senso funzionerà!! La situazione è sfuggita di mano, praticamente dopo un mese dall’inizio della scuola e la risposta alla mia proposta di far consegnare i cellulari a inizio lezione per poi riconsegnarli a fine, è stata: “Non siamo mica in caserma! I ragazzi devono imparare a gestirlo e se non gliene diamo l’opportunità, non ci riusciranno mai”. Complimenti davvero alla strategia educativa che ha portato ad un disastro annunciato! Esiste un decalogo e una decisione importante, presa dalla Ministra dell’Istruzione, che si è consultata con numerosi pedagogisti e psicologi, per stabilire come i ragazzi sfrutteranno questo meraviglioso strumento ANCHE in classe, in linea con le esigenze didattiche. Ma di cosa stiamo parlando??? Complimenti anche a lei che, dall’alto del suo incarico, ha deciso che questo è il meglio per i nostri figli e per il futuro del nostro paese, sottovalutando qualche piccolo aspetto, l’immensa difficoltà di gestire uno strumento dove dentro c’è il mondo, la vita, quella più facile, quella fake!

Mi rivolgo a quei genitori che sono alla ricerca di un villaggio e che come me ci credono ancora all’intelligenza meravigliosa dei loro figli, capaci di sfruttare le immense potenzialità del mezzo ma di imparare ad esserne padroni e non vittime; mi rivolgo a quelli che brancolano nel buio ma ostinati continuano a spalancare gli occhi; a quelli che cercano conferme all’intuito che gli muove le farfalle nella pancia, quando qualcosa non va. Ai dinosauri che dall’alto non hanno perso la voglia di guardare oltre,  ma innanzitutto di scendere “ a valle” per guardarli negli occhi i figli e con loro costruire un pezzo di cammino, verso il vero! A loro dedico un’idea, quella di  Janell Burley Hofmann, blogger americana, che in occasione del Natale, regala a suo figlio tredicenne il primo I-phone; lo fa allegandoci un contratto con 18 regole alle quali il bambino deve attenersi per imparare a gestirlo. Leggetelo, sono sicura che anche voi troverete ispirazione, a me è successo e …. siamo ancora in tempo!

LO SO, DOVREI PERDERE PESO, MA IO ODIO PERDERE….

Ok! Il copione dice che dobbiamo essere felici e grate alla vita che ci ha dato un figlio sano e bello …. ALT!! Tutta la gratitudine alla vita certo, ma l’impresa è stata nostra ed è sacrosanto prenderci il merito. Anche perché diciamocelo, ne abbiamo un gran bisogno, considerando che di punto in bianco ci ritroviamo a frignare senza senso, ad offrire un servizio no stop di latteria ambulante, ad accettare consigli da tutti, persino da sconosciuti che si improvvisano pedagogisti illuminati. Poi, appena il tempo lo permette e il coraggio riaffiora, ci proviamo, lo facciamo, buttiamo lo sguardo al piano di sotto ed è incredibile, allucinante, grottesco! Un immenso budino ha preso il posto del fiero pancione che non facevamo altro che esibire orgogliose e, nel peggiore dei casi ci si mette la doppia pompa di latte ad aggravare la situazione. Montagne crollanti, meringhe sgonfiate e il sudore che imperversa…. Un tempo avevo un pube, due gambe e il resto!

Calme… ricordate? Dobbiamo esser felici! Perfetto, la nostra mente annebbiata dall’adrenalina prima e dalla prolattina poi,  riesce ancora a rispondere agli stimoli della donna che eri, multitasking e performante, per cui nulla è perduto, possiamo farcela! La priorità, togliendo la sopravvivenza del cucciolo, è in assoluto il budino, non tanto per appetito sessuale … ne dovrà passare di acqua sotto i ponti prima di ritrovarlo, piuttosto perché non ci pensi proprio a cambiare armadio, tantomeno look. Mai provato a gareggiare con Belen, che lo sanno tutti quanto è antipatica, avrà pure un bel culo ma la gravità toccherà anche lei prima o poi.

Il punto, il primo è stabilire se allattiamo al seno o no. Il secondo è stabilire se abbiamo avuto un parto naturale o siamo reduci da un’episiotomia, o lacerazione con conseguente sutura. Forse cesarizzate? In ogni caso, prima di poter pensare al budino come priorità, l’emergenza è nutrire il cuore e l’ingrediente è e rimane sempre lo stesso: amore intorno, fuori dalle balle i rompiscatole, le petulanti, i consiglieri e le invadenti. Calma, silenzio, luce, parole necessarie e affetto, amore, attenzioni; costruito tutto ciò possiamo muovere la pedina verso la salvezza, il nostro aspetto che sempre ha a che fare con l’amore, quello per noi. Vi evito le solite liste di yoga, piscina, stretching, cerchi post parto per non sentirci sole, di quelli ne avrete sentito parlare fino alla noia e ne saprete più voi di me; non rinunciate mai alla luce del sole e alle passeggiate. Sono gratuite, non hanno orari e hanno numerosi benefici; intorno la natura possibilmente perché quella sì che cura, e se viene voglia la musica con noi ad accompagnare il cammino. Il sorriso, ecco, pensiamo anche a quello perché poi rimane stampato e neanche ce ne accorgiamo perché capita di realizzare all’improvviso che siamo diventate mamme … e allora forse, il pavimento pelvico malridotto non contiene quella gocciolina di pipì emotiva … ci mancava pure quello. Ma sì, mi sono pisciata addosso e sono felice, sono diventata mamma, ce l’ho fatta!

Ah, il budino! Una volta trovato il ritmo, il sorriso, l’aria  aperta e l’acqua ha finito di passare sotto i ponti, il budino è quasi scomparso, al resto ci penseremo!!

ANVEDI MAMMA TAXI!

Salgono, spesso al volo e in questo sono abilissimi e scattanti, quindi il mio saluto si traduce in qualcosa del tipo … “Sbrigati, salta dai, c’è una macchina dietro, adesso ci suona, daiiiiii”. Dopodiché la mia macchina denigrata e offesa perché non è un  suv che spacca, come quello della mamma di Pietro, Francesca, Giulia, diventa comunque un salotto, nel giro di un nanosecondo l’aria cambia …. E cambia! Rancido, acido e a volte (haimé) con una punta di cavolfiore al vapore o, nelle giornate peggiori e fuori magari piove, di uovo marcio. Questo è l’odore inconfondibile dei miei figli adolescenti e neanche il più costoso Chanel n°5 potrebbe reggere alla sfida; figli alle prese con brufoli abnormi e quegli arti lunghi, lunghi, appesi che proprio non sanno dove mettere, come muovere, dargli un senso.

Un assunto subito, la mia musica nun se po sentì, quindi si cambia, nell’immediato e … addio! Addio alle melodie, al calore, al potere del ritmo, alla bellezza! Perché il monopolio di quello che arriva, mi toglie quasi il respiro – tanto ero già in apnea! – mi paralizza i muscoli facciali in una smorfia che ha a che fare con l’incredulità, prima ancora del disgusto. Ah… ah… ah … oh …oh …oh… gari… gari… fuck fuck fuck ….. ah… ah… nigger yeah, oh yeahh!! Al di là dei contenuti che giuro mi sfuggono, eppure un po’ di inglese lo parlo, il resto è martello pneumatico, e io ci provo ad isolare la testa, ormai nei fumi già citati, ma è come se qualcuno con prepotenza me la staccasse, me la strappasse da quel corpo inerme e codardo, abbandonato quasi sul sedile, e la sballottasse contro il parabrezza: ah..ah…ahh…nigger…. ah…ah…ohhhhh!!

Un danno? Parliamo di dolore fisico, immolata al sacrificio? Almeno! Ma de che…. Invece l’assurdo è che questi due sconosciuti che ho messo al mondo qualche manciata di anni fa, si sono già infilati nel cellulare, e la mano nevrotica, viaggia, su like, social, app, whatts, apple, insta …Non è che sogni dibattiti sui massimi sistemi; il più delle volte sono talmente stanca che anelo il silenzio e niente di più, ma du’ parole nooo? Devo ammettere che me lo chiedono “Come stai?”  ma la aspettano davvero la risposta???

Faccio andare l’occhio, nel traffico, nella miriade di macchine intorno a me, alla ricerca di mie simili – quelle sui suv le evito perché sono troppo alte – e quando le trovo, è bello, a volte scatta la solidarietà di uno sguardo d’intesa e … come dice mio figlio, che sui luoghi comuni non si batte: “in fondo… siamo tutti sullo stesso pulmino!!”.

Grazie figli per questi doni autentici e …indimenticabili!

“VIVA LA VIDA NINA!”

Era giorno di sandali e gonnella ieri, e, nonostante il pallore del lungo inverno, ci siamo fatte ancora più femmine e siamo andate a vedere la mostra di Frida Kahlo, ospitata dal Mudec di Milano. C’erano anche i maschi ma sullo sfondo, perché poi questa cosa la volevamo fare noi due insieme, con la curiosità delle scimmie! E manco a farlo apposta Frida adorava le scimmie, così come i cani e i bambini ma l’amore che proprio non siamo riuscite a spiegarci è stato quello per il “panzon”, racchio come un rospo, più vecchio di lei, e di tanto, grasso impastato, con i pantaloni alla Fantozzi. Sì perché Diego Rivera, muralista e pittore messicano del Novecento, era proprio brutto e lei invece meravigliosa e vera. Nina dice sempre che la bellezza è nel cuore ma lui è stato sleale e ha sbagliato troppe volte e Frida meritava altro.

frida
Quest’inverno, la sera, mi era accanto mentre leggevo la bellissima biografia di Frida ; lei divorava “diario di una schiappa” e ogni tanto mi chiedeva aggiornamenti: “E’ guarita? Lo ha lasciato? Ha dipinto qualcos’altro? Si è fatta la ceretta alle sopracciglia e ai baffi?”. È così che è nata la sua curiosità, un crescendo poi quando nei quadri, alla mostra, abbiamo trovato conferme; ed è stato proprio questo ad appassionarci, scoprire nelle pennellate di “Friduzza” la realtà, pezzi di storia, volti e colori … la vita e la morte. Abbiamo deciso che non ci piacciono ma ci siamo lasciate coinvolgere in quella follia d’amore, in quella pena costante di dolore, strazio e disperazione, nella voglia di vivere, nonostante tutto. Tanta emozione ritrovare la Frida vera che nelle pagine del libro prendeva forma e lentamente si disfaceva, e che nel film impersonava da una parte, il coraggio di tante e dall’altra, l’assurdità nell’accettare e farsi distruggere da un amore sbagliato, stonato eppure indispensabile!  “A me no mamma, io lo voglio bello e gentile, eppure intelligente, se poi mi fa ridere anche meglio, ma io questa cosa che bisogna soffrire per l’amore non la capisco” ma Nina fa già parte delle donne che erediteranno la terra e la salveranno, ci è nata così, e non è la sola, sono tante equipaggiate per crescere in un mondo più bello! Di Frida si è portata via il coraggio, quello di raccontarsi senza filtri, cruda e graffiante, con quel fascino che lei ha riassunto così: “è più bella in foto e negli autoritratti si fa brutta perché tanto lo sa che è bella e forse  il dolore che le spegne gli occhi, se poi lo dipinge, si sente meglio”. Forse è vero Nina, è proprio così e uscendo la sua manina paffuta si è sciolta dalla mia, per trovare nel carretto del gelato la sua nuova passione: la liquirizia!Grazie Nina e … Viva la Vida!

UN TRIBUTO A LORO, LE MIE GESTANTI!

La sicurezza l’ho finalmente acquisita con il terzo parto, meglio tardi che mai! Prima mi piaceva pensare che la spontaneità fosse da proteggere e da elevare come assoluta e vincente su tutto. Poi forse anche per pigrizia e perché la responsabilità di fatti e misfatti la attribuivo a chi c’era accanto a me; insomma me la raccontavo un po’! Il primo parto è stato disastroso e la rabbia generata l’ho scatenata su tutti all’infuori di me. Il tempo ha guarito le ferite e ha accarezzato ricordi di cui avevo bisogno ma che amarezza .. che pena pensare a quello che è stato e a come avrei potuto trasformarlo con la consapevolezza di oggi. Alla fine il trucco è lì se vogliamo vederla così, si cresce anche attraverso gli scivoloni e il dolore e i se e i ma che proprio non ce la fanno ad abbandonarci, poi trovano un cantuccio caldo e protetto e diventano le radici forti della crescita.

Nel mio percorso di educatrice perinatale negli anni ho incontrato tante giovani donne grintose, confuse, insicure, determinate, arrabbiate e tutte meravigliose nella loro ricerca di un’identità femminile in trasformazione. Amo la loro capacità di esplorare e farsi domande, di mettersi in gioco e di non dare nulla per scontato perché è bello avere fiducia negli altri, ma è ancora più bello sentirsi padrone e protagoniste della propria vita, soprattutto quando in ballo c’è la nascita di nostro figlio ma non solo per quello. Perché poi … se entri in contatto con quel potere, non te ne liberi più, non lo molli più, diventa elettrizzante e cresce di volta in volta e ti permette di porre attenzione su tante cose, sulle scelte quotidiane, sull’etichetta di un alimento, sulla scuola più adatta, sul tema dei vaccini dove informarci, porci e porre delle domande è diritto ma è anche nostro dovere e responsabilità.

Donne coraggiose che affrontano a volte tempeste e perdite impreviste e imprevedibili ma che nonostante questo, si rialzano e ci riprovano, combattendo con i fantasmi e le paure, che hanno una forza che commuove e contagia e apre gli occhi alla meraviglia della vita. A loro dico grazie per scegliermi e darmi la possibilità di esserci sul loro cammino di crescita; ogni volta è una conferma del potere immenso che muoviamo e di tutto quello nascosto al quale possiamo avere accesso se solo lo desideriamo, perché niente e nessuno può togliercelo.

Grazie pancione, pancette e pancine tutte meravigliose!

Grazie per sempre

ACQUA, AMICA DI UNA VITA

Sono sicura che anche voi lo fate, come me, soprattutto se ora siete dall’altra parte, nel ruolo di genitori e vi trovate a fare delle scelte per i vostri figli. Siamo pronti a ricordare quello che per noi non è stato fatto e detto quando eravamo piccoli e forse un po’ troppo spesso a dare per scontato quello che siamo diventati e ciò che sappiamo fare. Forse proprio perché ci speriamo che un giorno i nostri figli riconoscano le fatiche, i sacrifici e le grandi sfide che per loro abbiamo affrontato, e nel riconoscerle ci sia un abbraccio improvviso o un grazie inaspettato, forse per questo è così bello guardarsi indietro e farlo noi per primi con i nostri genitori. Io a loro dico grazie perché mi hanno dato l’acqua, forse non con la costruita consapevolezza con cui l’ho amata in questi anni ma semplicemente come dono, facente parte del pacchetto corredo di crescita; non puoi non saper nuotare, punto. Sta di fatto che entrare in acqua e sentirla mamma accogliente è una sensazione che auguro a tutti perché scioglie e invita ad abitarla  con una tale voglia e intenzione da regalarti emozioni meravigliose. I bambini questo fanno, senza insegnamenti, con quella pazzesca creatività che hanno nel sangue, se solo gli è stato permesso di incontrarla l’acqua senza aspettare tempo inutile. Io non scorderò mai le ore infinite che trascorrevo dentro e sotto l’acqua, in piscina o al mare non faceva differenza perché i motivi erano sempre validi, alla ricerca di telline o di un polipo da catturare, sfidando amichette in capriole e verticali, poi crescendo con il nuoto e il gusto di macinare kilometri e intanto la testa in corsa a mille pensieri, o a volte completamente sgonfia, vuota da tutto. Viverla in gravidanza è stato uno dei momenti più belli e significativi, perché sentirsi farfalla in opposizione all’ippopotamo terrestre, fa la differenza; chiudere gli occhi e immaginare il proprio bambino nella medesima posizione e situazione, fluttuante e accolto nel calore di quell’abbraccio acquatico ti permette di raggiungerlo e di amarlo con tutta te stessa. L’acqua sotto, negli abissi marini, dove è solo il respiro nell’erogatore a farti compagnia, per il resto ti senti in punta di piedi in un mondo altro dove ogni cosa è così diversa e lontana da te da imbambolarti, da lasciarti stupita, rapita, incredula.

E acqua è quella del risveglio, per accenderti e carburare, fa niente se il colore cambia; sempre lei cerchiamo per un relax a fine giornata, calda, così calda da sciogliere nodi e stress accumulati, e infine profumata e arricchita per accompagnarci nel sonno.  Ce lo insegnano a scuola che siamo fatti in gran parte di acqua ma come nutrirla e rispettarla lo impariamo spesso cammin facendo, a volte senza arrivare fino in fondo,  laddove c’è potere e meraviglia. Auguro ad ogni piccolo essere umano la fortuna che ho avuto io, di incontrare la mia acqua e riconoscerla madre amica e alleata di vita, per questo dico GRAZIE mamma e papà!

SONO BELLA E NON LO SO!

È bello pensare a quando lo avremo tra le braccia finalmente, e con tutto il tempo di guardarcelo il nostro pulcino, il più fantastico sconosciuto che ci sia mai capitato di incontrare – a meno che non abbiate incontrato Bradley Cooper ovvio! -. Poi in realtà, a meno che non ci siano particolari disturbi, le emozioni sono diverse e a volte combattono tra loro perché avere la pancia è proprio bello, se trovi il vestito giusto che risalta le cose giuste! E’ un tale miracolo della natura che ci fa sentire belle e importanti, ma allo stesso tempo la voglia di incontrare il nostro bambino è tanta e si fa sentire. Ma quando a una donna in gravidanza chiedi: “Quali sono le tue paure, le preoccupazioni pensando al dopo?” le risposte sono tutte legate ad un nodo, sempre lo stesso: la paura di non farcela, di non essere all’altezza della situazione, non abbastanza brave, rispetto a! ma rispetto a cosa?

E SE TI CHIEDONO: “QUANTE VOLTE POSSO SBAGLIARE?”

Siamo appena partiti e il dramma della scelta della scuola secondaria è stato elaborato … ora sedimenta!

Io sono uno di quei genitori che l’anno scorso, tra il tennis, il nuoto, il dentista, le riunioni a scuola, ci ho messo dentro gli open day per la scelta del curriculum scolastico dei miei figli gemelli. È stata una bella esplorazione perché, a voler vedere tutto, scopri che il territorio della tua città propone davvero tanto; ovviamente abbiamo fatto una scelta, dettata dalla curiosità e dall’esclusione delle materie odiate. E già lì l’esclusione è stata massiccia e povera di certezze ma è difficile, tanto difficile ragionare con loro e chiedergli di lasciare porte aperte perché il rifiuto può essere stato innescato da tanti fattori ma non per forza da una loro carenza e scarsezza di attitudine.

Siamo quindi partiti all’avventura con tanti se e tanti ma e cammin facendo,  abbiamo incontrato genitori che hanno scelto di “prendere in mano” la situazione e stabilire che la scelta migliore fosse un liceo, se non altro per l’istruzione approfondita e seria che un istituto non garantisce; abbiamo incontrato altri genitori  per cui il senso pratico la vince su tutto e un bell’istituto che avvicini al mondo del lavoro e dia strumenti per muoversi da subito, è l’oggi e il domani per i nostri figli. Insomma i confronti non ci sono mancati e io me li sono andati a cercare, curiosa e insicura sull’approccio da adottare e con la speranza di contenere i danni il più possibile. Ma con i miei figli l’abbiamo tirata lunga, tanto, fino ai termini perché a deciderci proprio non ce la facevamo; in fondo la loro richiesta era così sensata e intelligente e soprattutto, perché loro ci arrivavano e chi sta al comando ancora non ci arriva? “Mamma, ma non è possibile fare ancora un anno o due di medie per capire cosa può piacerci? Lo psicologo, l’orientamento e i suoi test, gli esami a fine anno e tutti questi open day … e se poi scelgo e sbaglio? Quante volte posso sbagliare?”  Credetemi, è stato panico per me, forse perché anch’io me l’ero vissuta uguale la situazione, sentendomi inadeguata per ogni scelta e poi nella vita ho fatto tutt’altro rispetto a quello che ho studiato; e allora ho cavalcato proprio quell’onda lì! Non avendo scelto di portare avanti una crociata al Ministero dell’Istruzione e non avendo in programma di andare a vivere all’estero, dove le scuole hanno un altro senso e un’altra struttura, a misura umana, ho provato con loro a pensarla come un’avventura questa prima scelta e poi si vedrà! Nel frattempo …  lo dico a bassa voce che se mi sentono,  magari hanno il pretesto di appassionarsi a mondi estranei alla scuola, e qui facciamo i conti con due anni ancora di lavori forzati! Ma risuonano ancora forti dentro di me le parole di uno scrittore americano meraviglioso che è morto recentemente e che nel 1976 scriveva: “ Quando sei uscito di casa per entrare nella scuola, hai  messo piede in un’istituzione appositamente designata per instillare un modo di pensare e di agire che presuppone la ricerca di approvazione. Per tutto, chiedi il permesso. Non far mai di testa tua”. Wayne Dyer avrebbe voluto una scuola diversa per i nostri figli dove la libertà di essere e di scoprirsi sarebbe stata la mission per eccellenza. Ma la scuola è in ogni cosa e se ci aiutiamo e cambiamo punto di vista, tutto assume un altro aspetto e possiamo trovare quell’onda  … poi chi l’ha detto e chi l’ha scritto che l’intelligenza è data dai successi scolastici? Io vorrei vederli felici, appassionati e in produzione di sogni da realizzare con portoni spalancati per qualsiasi nuova scoperta, sfidando l’impossibile che diventa possibile senza neanche accorgersene. Spero nell’intento nobile e lo condivido con voi, poi mi dico che forse non siamo in tanti ad avere le idee confuse e che spesso i bambini a 13, 14 anni sono assolutamente in grado di scegliere. Ma per chi come noi rantola nel buio, tutta la mia solidarietà!

CENERENTOLA NELLO TSUNAMI

L’età di mezzo è un bel casino! Né carne né pesce, brufolandia in agguato, piedi che diventano portaerei e un corpo in cui ti infili spaventato perché a 14 anni la voglia di volare è forte e il terrore di farlo ancora più forte! Noi genitori, affrontiamo il passaggio ed è evidente, caspita se lo è; Il giorno prima eri idolo e all’improvviso diventi fastidioso, quasi un sassolino nella scarpa, un colore di troppo, una mosca addosso.

Sono passati i bei tempi in cui ti sentivi un supereroe ai loro occhi ed ebete ti commuovevi ammirando i lavoretti della festa della mamma, della festa del papà, e di tutte le maledette feste che riempiono scatoloni di ricordi indimenticabili, da non buttare, non sia mai si crei un trauma nella creatura! Le crisi di pianto che si concludevano con un abbraccio e un fazzoletto smocciolante condiviso, anche quelle sfumate; ora gli scontri sono sul ring e il filo è talmente sottile da farci sentire funamboli maldestri e continuamente a rischio caduta. Dialogo, ascolto e rispetto, anche quando ti senti dire che non puoi capire perché appartieni ad un’altra era e che la società si sta muovendo e che forse è il caso di rivederlo ‘sto approccio educativo che solo a chiamarlo così fa venir la nausea …

Io ci provo, ce la metto tutta, o forse no! A volte sono talmente schietta da farmi paura, ma da farmi sentire così libera di essere come sono che poi va anche meglio.

La questione è, ma guarda un po’, la collaborazione in famiglia. Anche perché se si hanno 4 figli,  i lavori sono moltiplicati e se poi sono in età da sviluppo, le bistecche di rinoceronte non sono neanche lontanamente sufficienti a sfamarli. E io che lavoro di fantasia, con ciotoline, ognuna con un ingrediente, con l’idea poi di costruirsi un piatto a piacere, tipo insalata mille gusti, mille colori. Sì… e poi? Dopo ‘sta tavolozza di colori vegani come ci sfami? Vabbè, inutile dirlo che le uova diventano un sempre in frigo e la pasta trasborda dalle dispense; ma tornando alla collaborazione … ero troppo stufa di continuare a chiedere un aiuto per apparecchiare e sparecchiare, riempire la lavastoviglie, riordinare la cucina e preparare il bancone per le colazioni dell’alba, portare fuori il cane, buttare l’immondizia; perché anch’io lavoro e se tutti dessero un mano e bla bla bla!

Le ho provate tutte! Mi sono licenziata e per una sera non ho cucinato, la drammatica conseguenza è stata che si sono messi loro ai fornelli e la cucina è diventato un campo da battaglia! Allora ho deciso di urlare, con la voce strozzata e in veste di piccola fiammiferaia ho implorato aiuto; impietositi mi hanno aiutato quella sera e, dulcis in fundo mi sono beccata un godereccissimo massaggio ai piedi … ma è finita lì; sono tornata Cenerentola in 24 ore, ancora più sfigata! Ho messo in piedi dunque l’approccio educativo: “Ragazzi parliamo! Cosa vi viene in mente? Come potreste aiutarmi? Qual è la cosa che vi mette più in fatica e che non volete fare? E se realizzaste una bella time table così da costruire e rispettare dei turni?” Ecco, danno appena compiuto, gli ho chiesto una soluzione e, odiosamente gliel’ho data. Ma era la mia e ovviamente non l’hanno sposata, diventata anche lei l’ennesima strategia da manuale, ormai vecchia più di me.

Così ho detto addio a Maria Montessori e all’efficacia di Gordon, ho abbassato lo sguardo e mi sono infilata piccola nello Tsunami di Pellai Se solo tutto fosse più facile, più leggero … sì, insomma!

Ho gettato la spugna, questo è quello che ho fatto! E gliel’ho detto. Che avrei fatto da sola, mettendomi un po’ di musica e che, dedicandomi a tutto non avrei più avuto tempo di esserci per la buona notte, qualche chiacchiera in solitario a turno, cose così, insomma la mia presenza in quel corridoio che sa di notte non ci sarebbe stata più.

Gli ho anche detto che mi dispiaceva non pensare a questi momenti come un’occasione ancora per stare insieme… quindi a vederla in un’altra prospettiva, Cenerentola si è fatta un po’ più furba, calcolatrice e sgamata, per carità, senza voltare la faccia ai manuali di educazione genitoriale e il connubio sembra aver sortito discreti risultati. Loro ancora si scannano mettendo ogni singolo gesto sulla bilancia della giustizia, ma la musica è di grande aiuto e io mi godo lo spettacolo, ogni tanto mi lancio in un dab e il dinosauro che alberga in me accorcia le distanze, un po’ più facile, un po’ più leggero …. Chissà se durerà!